Nei secoli gli incisori, gli orafi, i maestri d’ascia e gli artigiani di ogni mestiere hanno reso famosa l’Italia nel mondo.
Su questo inestimabile patrimonio di sapienza manuale hanno proliferato i mestieri artigiani e le arti e si è formato il gusto estetico che da sempre caratterizza il nostro Paese.
Nel Novecento, il connubio di questo saper fare con la creatività del genio individuale e con le continue innovazioni tecnologiche ha permesso la nascita e la crescita di un’industria manifatturiera che ha conquistato il mondo grazie ai suoi contenuti simbolici e alla sua qualità assoluta.
Il lavoro manuale soffre oggi di una crisi di vocazione, dovuta anche alla scarsa fascinazione che questi mestieri sono in grado di esercitare sui ragazzi nel delicato momento della scelta della loro carriera formativa.
Fondazione Altagamma si è impegnata in un progetto di valorizzazione e promozione del lavoro manuale, chiamato “Il successo nelle mani”, che si rivolge in particolare agli studenti delle scuole medie inferiori e ai loro genitori, per invitarli a considerare l’avviamento ad una carriera di studi tecnico-professionali.
In collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano, ha realizzato un filmato che ha l’obbiettivo di fornire una rappresentazione contemporanea del lavoro manuale, che invogli i ragazzi ad imboccare questo percorso. E’ stato quindi utilizzato un linguaggio per immagini adatto ai giovani, ma anche ai loro familiari, primi responsabili di scelte che spesso penalizzano il lavoro manuale.
Il film riporta una serie di testimonianze di imprenditori Altagamma (Gianmaria Buccellati, Vittorio Moretti, Ottavio Missoni, Carlo Riva) e alcuni nuovi talenti di altre imprese (Paolo Dazzara di illycaffè, Clemente Olivadoti di Bulgari, Federica Giorgi di Gucci, Francesco Rodriquez di Flos) che hanno basato sull’abilità manuale il loro successo e le loro prospettive di carriera.
“Sul lavoro manuale, integrato con le nuove tecnologie, si fonda il successo dei grandi marchi italiani.
Con l’abilità delle mani i giovani possono rendere materia i sogni di milioni di persone, e costruire il loro futuro”
Santo Versace, Presidente di Fondazione Altagamma
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Chiuso il 2011 con un fatturato in crescita del 5,5%, il settore affronta il 2012 all’ombra delle prospettive di una nuova crisi che potrebbe ridurre il fatturato complessivo del 5,2%. Nonostante questo, la macchina della moda si rimette in moto con passerelle, manifestazioni e fiere a partire dal 22 febbraio
Il womenswear italiano si prepara ad affrontare la grande incognita del 2012. E lo fa sfoderando una stagione di sfilate, eventi e fiere che riaccenderanno i riflettori sulla settimana della moda milanese. Il calendario della fashion week si apre, come di consueto, con i defilé di Milano Moda Donna, in calendario dal 22 al 28 febbraio, seguiti da White e dai tre saloni di Pitti immagine Touch!, neoZone e cloudnine, dal 25 al 27 febbraio.
Una stagione dedicata alle novità delle collezioni autunno-inverno 2012/13 che si apre sotto lo spauracchio della crisi economica dopo un biennio che aveva visto il settore italiano della moda ritornare ai livelli pre crisi, quelli del 2008-2009. Secondo i Fashion Economic Trends, elaborati dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, il settore si appresta a chiudere il 2011 con un fatturato di 63,5 miliardi di euro e una crescita del 5,5%, trainata soprattutto dalla brillante performance della filiera pelle-pelletteria-calzature e dell’export del terzo trimestre dell’anno. Una voce, quest’ultima, che continua ad avere un peso importante nel comparto e soprattutto nel womenswear superando i 6 miliardi di euro nel periodo gennaio-ottobre 2011, come evidenziano i dati Istat elaborati da Smi-Sistema moda Italia. Nel periodo gennaio-ottobre 2011 le esportazioni italiane di moda donna hanno segnato un incremento dell’11,6% grazie soprattutto al traino dei mercati extraeuropei che in complesso sono cresciuti del 17,1%.
Per quanto riguarda l’Europa, Francia e Germania continuano a occupare una posizione di riguardo come mercati di sbocco della moda femminile italiana, crescendo rispettivamente del 9,6% e del 15%, ma le performance migliori sono quelle registrate da paesi come Russia (+22,7%), Hong Kong (+25,5%), Cina (+29,5%) e Corea del Sud (+31,5%). Un quadro positivo quello del 2011, confermato anche dai dati relativi alla moda maschile che hanno visto il settore realizzare un fatturato di 8,4 miliardi di euro in crescita del 3,4% rispetto al 2010. Uno scenario che però, come prospettato dalla Cnmi, difficilmente si ripeterà in questi dodici mesi. Seppure l’impatto della recessione sarà più contenuto rispetto alla crisi del 2008-2009, il fatturato della moda italiana del 2012 potrebbe ridursi del 5,2%, con una performance dei mercati stranieri meno negativa (-3,1%) grazie alla crescita delle esportazioni verso i paesi extra europei (+2%). A fare le spese della recessione saranno soprattutto Stati Uniti, Giappone ed Europa, in particolare l’Italia in cui le misure di contenimento del deficit pubblico varate a dicembre dal Governo porteranno a una riduzione del reddito delle famiglie di 21,7 miliardi di euro. E tra i primi consumi a essere tagliati saranno quelli per l’abbligliamento, con una contrazione tra l’1,5% e il 2,5%.
Fonte: LeiWeb.it
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I dati del terzo Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani
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Un 2011 che per i per i distretti è risultato essere in bilico fra stasi e ripresa, buono l’andamento dell’export che in alcuni ambiti ha un grande risveglio, calano le aziende che riducono l’organico, si investe, anche se gli imprenditori evidenziano precise criticità, come la difficoltà di recupero dei crediti e la difficoltà a ottenere finanziamenti a causa della crisi finanziaria e puntano sulla sostenibilità.
Sul 2012, però, le imprese sono pessimiste: il problema occupazione si accentuerà. Questi, in estrema sintesi, gli elementi emersi ieri durante la presentazione dei risultati del 3° Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani realizzato attraverso il lavoro congiunto della Federazione dei Distretti Italiani, coordinatrice dei Rapporti annuali, con Unioncamere, Intesa Sanpaolo, Banca d’Italia, Censis, Cna, Confartigianato, Confindustria, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Istat, cioè tutti coloro che lavorano sulle dinamiche distrettuali.
Il 3° Rapporto ha messo sotto la lente d’ingrandimento 101 distretti, dove operano 283mila aziende, con circa 1,4 milioni di addetti, che rappresentano il 30% del totale manifatturiero. Di questi, il 38% coinvolge il settore tessile-abbigliamento, il 22% l’arredo-casa, il 12% l’agroalimentare, il 26% l’automazione e la metalmeccanica, il 2% la cartotecnica-poligrafici e l’1% la cultura.
Il 3° Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani segnala che sul fronte produttivo nel 2011 sono stati registrati miglioramenti rispetto all’anno precedente. In particolare, secondo il Centro Studi di Unioncamere, la quota di aziende distrettuali che ha segnalato un incremento del fatturato, rispetto al 2010, è passata dal 34,3% al 39,9%, facendo meglio, peraltro, rispetto alle aziende manifatturiere collocate al di fuori di un distretto industriale (37,2%). Sembrano fare meglio rispetto alla media generale, i distretti della meccanica (nel 42,6% dei casi le imprese hanno dichiarato più fatturato), quelli del Nord Ovest (45,3%) e del Centro (45,5%) e le imprese esportatrici (41,2%).
Parallelamente, però, cresce anche la quota di aziende che nel 2011 ha dovuto fare i conti con un calo del fatturato (dal 19,3% al 26%). I problemi riguardano soprattutto le micro imprese. Denunciano un calo di ordini e sono fortemente indebitate con il sistema bancario.
Come emerge dal contributo di Intesa Sanpaolo per il 3° Rapporto, inoltre, se ci si concentra sulla distanza rispetto ai livelli pre-crisi, si nota come solo il settore alimentare sia già oltre i valori di fatturato del 2008. Tutti gli altri settori di specializzazione distrettuale sono lontani, con punte molto elevate nei distretti del sistema casa (mobili ed elettrodomestici), penalizzati dalla debolezza del mercato interno e dalle criticità presenti nel mercato immobiliare di molti importanti sbocchi commerciali esteri. Anche sul fronte della redditività il biennio 2010-11 ha rappresentato un anno di ripresa solo parziale. Il Roi, pur rafforzandosi, è rimasto distante dai livelli del 2008. Le imprese non sono riuscite a ripartire su una base sufficiente di fatturato i costi fissi, come il costo del lavoro e gli ammortamenti. Tra le specializzazioni distrettuali con margini contenuti e con deboli segnali di recupero, dopo il forte ridimensionamento del 2009, spiccano ancora una volta i distretti del sistema casa.
Sempre Intesa Sanpaolo mette in luce come il recupero emerso nei valori mediani di redditività e crescita non si sia tradotto in un ridimensionamento significativo della dispersione dei risultati, che sono rimasti molto polarizzati. In termini di variazione del fatturato, il differenziale tra imprese migliori e imprese peggiori si è addirittura ampliato. Nel 2010, infatti, la mediana della crescita del fatturato delle imprese distrettuali migliori è stata pari al 48,3%, mentre la mediana della variazione del fatturato delle imprese peggiori è stata pari al -24,4%, con uno scarto di quasi 73 punti percentuali (rispetto ai 57 punti del 2009).
L’occupazione nei distretti continua ad essere un nodo intricato. Tra il 2008 e il 2009 nei territori si sono persi circa 92.000 posti di lavoro. Sotto questo profilo, come rileva il contributo della Banca d’Italia, a partire dal 2007 e per tre anni consecutivi, il tasso di occupazione rilevato dall’Istat è calato nei distretti di tutte le aree geografiche in misura maggiore rispetto alle aree non distrettuali (il calo è stato superiore all’1% nel Centro-nord e del 3% nel Sud). La riduzione di addetti ha colpito soprattutto le piccole imprese (10-49 addetti), dove si concentra il 32% dell’occupazione. Dall’indagine Unioncamere contenuta nel 3° Rapporto il quadro del 2011 risulta grave ma con segnali positivi rispetto al 2010. Le aziende che dichiarano di aver ridotto l’organico sono pari al 25,6% (era il 28% nel 2010) contro il 19% che rileva un aumento dell’occupazione (12% nel 2010). Ciò che preoccupa particolarmente, però, sono le previsioni per il 2012: le imprese che immaginano un calo dell’occupazione sono pari al 25%, contro soltanto il 6% che ne prevede un aumento. Questi dati risultano ancora più allarmanti nell’indagine Censis, dove il 43% degli intervistati prevede una diminuzione degli addetti e soltanto il 2,5% un aumento.
Il problema occupazionale nei distretti è il segnale di una molteplicità di fattori: difficoltà di creare vere opportunità di lavoro per le giovani generazioni; carenze del sistema di formazione che non permette il rafforzamento delle competenze professionali; una cultura d’impresa non sempre all’altezza di affrontare la crescente complessità dei mercati.
L’export resta il fattore di maggior dinamismo dei distretti. Aumenta con continuità. La percentuale delle imprese di distretto che ha segnalato incrementi delle vendite all’estero è passata dal 32,8% di fine 2010 al 38,1% di fine 2011.
Le aziende distrettuali si aprono sempre di più ai processi di internazionalizzazione. Il 78% di quelle interpellate da Unioncamere, infatti, opera all’estero, a fronte del 68% di altre imprese non distrettuali prese a confronto nell’indagine. Non solo, secondo uno studio della Banca d’Italia contenuto nel 3° Rapporto, nel 2011 l’export distrettuale ha superato (di circa mezzo punto) la media nazionale. In poche parole, si esporta più nei distretti che fuori dei distretti. Tanto che ben 48 realtà territoriali hanno superato i livelli di export registrati nel 2008 (finora l’anno record). In sostanza, gli sbocchi dei mercati esteri sono l’elemento che consente a gran parte dei distretti di contrastare la stagnante domanda interna.
Gli incrementi dell’export risultano più diffusi nei distretti della moda, dell’arredamento, dell’alimentare,dell’automazione, in quelli del Nord Est e nelle aziende di maggiori dimensioni. Un ulteriore elemento da sottolineare in questo quadro è la propensione di molte imprese ad allungare lo sguardo oltre i mercati più vicini. Non a caso, l’anno passato è stata riscontrata una riduzione del numero di aziende distrettuali operanti nel vasto mercato europeo (dal 55,8% del 2010 si passa al 48,7%), a fronte di uno sviluppo del numero di imprese operanti nei “nuovi” mercati, tale da registrare un aumento del 13,6% tendenziale. Secondo i dati della Fondazione Edison, l’export verso i Paesi Ue dei distretti, pari a 27,7 miliardi di euro, è aumentato dell’8,3%, mentre quello verso i Paesi extra-Ue, pari a 23,8 miliardi di euro, risulta in crescita del 15%.
Straordinaria la performance conseguita in Cina, dove i distretti hanno toccato la cifra record di 606 milioni di euro di esportazione, erano 483 nel 2010. Molto bene è andata anche la Russia (+20,6%), mentre inizia ad acquisire un ruolo maggiore un altro Bric, il Brasile, dove le esportazioni, guidate dai distretti della meccanica, hanno raggiunto i 173 milioni di euro (dato Intesa Sanpaolo). In crescita anche Romania, Polonia, Arabia Saudita, Algeria, India e Usa.
In termini numerici, sono ben 84 i distretti che nei primi nove mesi del 2011 hanno aumentato il proprio export verso i Paesi extra-Ue. Tra le performance migliori, superiori al 40% di incremento, si segnalano le macchine industriali di Treviso, le macchine utensili di Rimini, la pelletteria di Firenze, il tessile-abbigliamento di Perugia, gli insaccati di Modena.
Sei distretti, invece, hanno messo a segno incrementi dell’export superiori al 30%: le macchine industriali di Vicenza, Bologna e Brescia, la carta di Lucca, il tessile-abbigliamento di Lecco e della Valsesia.
Parallelamente, i distretti che nei primi nove mesi del 2011 hanno visto aumentare il proprio export verso i mercati dell’Unione europea sono 83. Per 6 di questi l’incremento è stato superiore al 30%: le pietre ornamentali di Pietrasanta, l’elettronica dell’Etna Valley, gli oli di Lucca, le macchine industriali di Brescia, Bergamo e Varese. Altri 12 distretti hanno messo a segno un progresso del proprio export superiore al 20%. Tra questi, le calzature del Brenta Padovano e di Casarano-Tricase, il tessile-abbigliamento di Biella, la rubinetteria di Omegna e di Lumezzane, le macchine industriali di Vicenza e Treviso, le pompe di Reggio Emilia, gli articoli in gomma e materie plastiche di Alessandria.
Ma c’è anche chi vede perdere terreno sul fronte dell’export rispetto al 2010. Precisamente, sono 18 i distretti coinvolti in questa inversione di tendenza. Svettano le piastrelle di Sassuolo, la rubinetteria del Lago d’Orta, gli apparecchi domestici di Treviso e Ancona, i mobili di Cantù, i divani delle Murge, gli aeromobili di Vergiate e le macchine industriali di Padova.
Il 2011 ha visto, nel complesso, un considerevole ampliamento della quota di aziende distrettuali che hanno dichiarato di avere effettuato nel corso dell’anno nuovi investimenti produttivi, passata dal 37,3% del 2010 al 57,5%, mentre il 33% prevede di ricorrere al credito per sostenere nuovi investimenti nel 2012. Un numero maggiore di imprese ha quindi ripreso a pianificare e impiegare risorse per la modernizzazione. Colpisce, pertanto, il fatto che ben il 30,4% delle aziende di distretto interpellate da Unioncamere per il 3° Rapporto ha affermato di avere incontrato difficoltà di accesso al credito negli ultimi 6 mesi e che, in molti casi, tali difficoltà si sostanziano in tassi più onerosi (indicati nel 36% dei casi).
Le banche, comunque, in linea generale si stanno sforzando di riattivare il dialogo di conoscenza con i territori, aggiungendo nelle loro valutazioni elementi qualitativi.
Secondo un’indagine di Unioncamere contenuta nel 3° Rapporto, il 22% (era l’8% nel 2010) delle aziende distrettuali analizzate dall’Osservatorio prevede la riduzione della produzione nel corso del 2012, quasi un terzo si attende un calo degli ordini interni e un quarto la contrazione della base occupazionale. Inoltre, rispetto ai dati del Rapporto 2010, si è ridotta la percentuale di chi prevede un incremento della produzione (dal 22,9% al 18,2%). Il pessimismo traspare anche dall’indagine Censis (interviste a 58 imprenditori e 72 rappresentanti delle strutture intermedie operanti all’interno di 34 distretti): il 67% degli imprenditori contattati ritiene che il distretto in cui opera sia in una fase di ridimensionamento (era il 58% nel 2010), mentre il 30% parla di tenuta e il 3% rileva una crescita. Rimane comunque elevato da parte dei distretti il grado di reazione agli eventi critici, tanto che alcuni di loro registrano performance di gran lunga superiori alla media del settore. La loro originalità di percorso e la loro vitalità restano esclusive. E’ dimostrato, inoltre, che governance efficienti influenzano in maniera determinante le performance delle imprese di distretto. In particolare, un’analisi elaborata da Confartigianato e contenuta nel 3° Rapporto evidenzia l’esistenza di una correlazione positiva tra condizioni ambientali offerte dal territorio per “fare impresa” e capacità di produrre ricchezza. L’Indice della Qualità della Vita dei Distretti mostra anche quest’anno una forte correlazione positiva con il Pil pro capite, rivelando che la creazione da parte dei territori di migliori condizioni per la vita dell’impresa costituisce una condizione essenziale per aumentare la ricchezza del territorio. Viceversa, i “cattivi contesti” rallentano la crescita e non consentono alle risorse pubbliche destinate al territorio di innestare il volano dello sviluppo, depotenziando i processi di creazione di valore.
La diffusione delle tecnologie verdi nei distretti appare come un fenomeno in costante diffusione, che probabilmente porrà il Paese all’avanguardia da questo punto di vista. Più di un terzo delle aziende distrettuali ha realizzato o realizzerà a breve investimenti in tecnologie verdi, tanto che il tema della sostenibilità sta cambiando l’aspetto e l’organizzazione produttiva di molti territori. Se è vero, infatti, che nella maggior parte dei casi (53,8%) i nuovi investimenti verdi delle aziende distrettuali riguardano impianti e tecnologie per la riduzione dei consumi energetici, una quota altrettanto rilevante, pari al 30,5% delle imprese, intende procedere a modifiche sugli impianti al fine di ridurre l’impatto ambientale. Il 15,7%, infine, intende adottare nuove tecnologie per la realizzazione di prodotti ecocompatibili.
Il 3° Rapporto prende in esame i distretti “verdi” del Veneto, laddove sono localizzate 35.200 aziende (il 10% a livello nazionale, il 24,3% del totale regionale) che negli ultimi quattro anni hanno investito in tecnologie a maggior risparmio energetico e/o a minor impatto ambientale. Si va dai distretti più “tradizionali”, come la concia di Arzignano, fino a quello delle energie rinnovabili di Belluno, passando per il distretto Refricold (che punta sulla produzione di frigoriferi e climatizzatori dall’elevato risparmio energetico), arrivando a quelli incentrati sui beni culturali e ambientali nel campo della bioedilizia e della riconversione in chiave green della filiera del legno.
Chiara Mio, dell’Università Cà Foscari di Venezia, ha invece mappato lo stato dell’arte delle politiche di sostenibilità di 43 distretti italiani (rappresentativi delle 4A del Made in Italy: abbigliamento-moda, agroalimentare, arredo casa, automazione-meccanica), indagando su: conoscenza del tema, consapevolezza della rilevanza ai fini del posizionamento strategico aziendale e distrettuale, adozione di pratiche di responsabilità sociale nell’agire dei soggetti istituzionali e aziendali, aspetti sociali interni ed esterni.
E’ emerso, in particolare, un fatto emblematico. Interpellati sui benefici che si attendono dall’introduzione di pratiche di sostenibilità, i vertici distrettuali hanno segnalato una non sufficiente attenzione manifestata dalle banche nei confronti di questi fenomeni. In poche parole, la sostenibilità non è un elemento “pesante” in sede di contrattazione con un istituto di credito. Alla complessità della fase congiunturale, i distretti stanno rispondendo con soluzioni articolate, rompendo almeno in parte con gli schemi del passato. Stanno cambiando e continueranno a cambiare, allentando alcuni legami interni, abbandonando alcune produzioni, ridefinendo i legami e i rapporti lungo la filiera produttiva in cui si innervano, generando imprese leader spesso poco collegate con la singola dimensione locale.
I distretti si configurano, in questo modo, non più solo come luoghi di produzione governati da meccanismi rigidi e ripetitivi imposti per lo più dal mercato, ma sistemi che necessitano di una visione culturale aperta e di una manutenzione continua delle competenze e dei valori di riferimento, sia della classe imprenditoriale, sia della forza lavoro. Emerge così un quadro in movimento, fatto di territori in cui la produzione organizzata in filiere, lunghe o corte, e il sistema delle reti assumono un valore sempre più profondo. I fenomeni di cambiamento più rilevanti nei distretti e nelle aziende distrettuali individuati dal Censis per il 3° Rapporto risultano essere: la diffusione della cultura della responsabilità sociale; il rafforzamento delle reti di subfornitura, le quali si stanno allungando, andando ben oltre i confini del territorio, con le finalità di razionalizzare i costi e acquisire le migliori competenze; l’innovazione che si moltiplica e assume aspetti diversi, non più fondata esclusivamente sull’elevata qualità del prodotto, ma su modi nuovi di dialogare con il cliente finale; il ruolo delle imprese leader, sempre più impegnate a controllare anche funzioni tipicamente terze rispetto al core business; la crescente attenzione verso tutta la componente commerciale, finalizzata ad un contatto più efficace e diretto con il cliente, ovunque esso si trovi; la presenza sempre più frequente di riconversioni produttive, totalmente differenti da quelle originarie e quindi anche l’emergere di nuove specializzazioni; l’operatività sui mercati esteri, che richiede l’acquisizione di nuove competenze professionali; il mantenimento di elevati livelli competitivi impone, anche alle imprese più piccole, un processo di modernizzazione attraverso l’inserimento di funzioni di intelligence.
Fonte: Italian Network
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Sabato 18 e domenica 19 febbraio si terranno due appuntamenti importanti di “Libera, la tua terra”, il progetto promosso dal Comune di Scandicci, con il patrocinio della Regione Toscana, a sostegno delle attività di Libera – associazioni, nomi e numeri CONTRO LE MAFIE, presieduta da Don Luigi Ciotti.
Il 18 febbraio “Vitamine per la scuola“, un’iniziativa di raccolta fondi coordinata dai comitati dei genitori dei tre Istituti comprensivi della città, che ha coinvolto migliaia di famiglie dagli asili nido alle scuole medie, attraverso l’acquisto collettivo di arance coltivate sui terreni confiscati alle mafie, al cui costo è stato aggiunto un sopraprezzo da destinare alle attività sulla legalità delle scuole. Circa 5000 kg di arance inonderanno le medie “G. Rodari”, “E. Fermi” e “A. Spinelli”, presso le quali sarà possibile ritirare il proprio ordine dalle ore 10 alle 12.
Domenica 19 febbraio alle 9,30 con partenza da piazza Matteotti, prenderà il via la Mezza Maratona Città di Scandicci – Di corsa contro le mafie, che accanto alla gara podistica giunta alla nona edizione, quest’anno prevede una passeggiata lungo le strade della città dedicata ai valori della legalità. Simboli della manifestazione sono l’immagine che Sergio Staino ha donato per la comunicazione visiva e la maglietta della legalità, realizzata con lo slogan e logo ideato dai ragazzi delle scuole medie di Scandicci vincitori del Concorso di idee ‘Al bando le mafie’. L’iscrizione alla passeggiata con la maglietta, per un costo di 8 euro, darà vita a un’azione importante di raccolta fondi che, unita alle altre iniziative del progetto, andrà a contribuire concretamente alla nascita di una nuova Cooperativa Libera Terra, che gestirà i beni sequestrati dal giudice Rosario Livatino (ucciso dalla mafia nel 1990) nella provincia di Agrigento.
Il progetto è possibile grazie sostegno del mondo delle imprese del territorio, in particolare di Unicoop Firenze che ha donato il pacco gara per gli atleti (composto da prodotti di Libera Terra) e dell’Alta Scuola di pelletteria italiana che ha donato la preziosissima maglietta simbolo della manifestazione, realizzata rigorosamente da cotone e maestranze made in Italy (5000 esemplari). Importante anche la collaborazione del sistema dell’associazionismo di Scandicci e non solo, come il Circolo Bella Ciao di Giogoli – che ha donato il viaggio premio ai luoghi di Don Milani e a Dacau-Mauthausen per i ragazzi vincitori del Concorso di idee sulle legalità – Arci Toscana, Uisp, Humanitas, il Social party, le Case del popolo di Vingone, Casellina e Badia a Settimo e l’ associazione sportiva Podistica il Ponte organizzatrice della gara competitiva.
Il programma poi prevede venerdì 18 maggio la titolazione di un giardino pubblico a Rita Atrìa (giovanissima testimone di antimafia che si è tolta la vita dopo la scomparsa di Borsellino) alla presenza del Sindaco, del Presidente della Giunta Regionale, Enrico Rossi, e di don Luigi Ciotti.
Iscrizione alla Mezza Maratona e maglietta 8 euro.
Percorsi: mini run (1,2 Km), Passeggiata (11,2 Km), gara podistica (21,098 Km);
Iscrizioni presso: Gingerzone, piazza Togliatti, 1 (tel 055 2593933) dal mercoledì al sabato dalle 16 alle 19; Centri Unicoop Firenze: Incoop via Aleardi 1, Scandicci; Centro Ponte A Greve, viale Nenni, Firenze; Ipercoop Lastra a Signa, via S. Maria a Castagnolo, Signa: giovedì 9 e 16 febbraio / venerdì 10 e 17 febbraio, ore 16 – 19; sabato 11 e 18 febbraio, ore 10 – 12 e 15 – 19;
Info: Comune di Scandicci – Ufficio relazioni con il pubblico – Tel. 055 7591302/ 201;
www.scandiccicultura.it e www.comune.scandicci.fi.it
Iscrizioni alla gara agonistica (KM 21,097): www.podisticailponte.it
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Un Paese fortemente manifatturiero, che occupa posizioni di leadership nel mondo e su diversi ambiti di attività non teme la concorrenza dei tedeschi. È questo il quadro che emerge dall’elaborazione di Fondazione Edison dei dati relativi agli occupati delle macro regioni europee nel manifatturiero.
Il primato è indiscutibilmente in mano italiana: l’area con più occupati è infatti il Nordovest, in seconda posizione si colloca il Nordest e solo in terza posizione si trova la regione tedesca del Nordrhein-Westfalen.
Segno, insomma, che quando un’azienda italiana punta su una nicchia di alta specializzazione e qualità, difficilmente viene scalzata da una posizione di leadership.
I numeri lo raccontano. Basta guardare al settore della rubinetteria e del valvolame, o a quello delle macchine per imballaggio per scoprire due delle tante eccellenze del Paese. Un mercato, nel primo caso, da 5,4 miliardi di dollari per le esportazioni italiane che sono le prime a livello mondiale.
Tante piccole e medie imprese che disegnano e producono componenti su misura per i propri clienti: sarti abili ed efficienti, anche nella meccanica, che confezionano prodotti su richiesta e li modificano con grande flessibilità.
E proprio in questa abilità si nasconde la capacità di essere leader nel mondo. I campioni italiani, infatti, non producono articoli di massa ma puntano all’alta qualità e alla specificità del prodotto.
L’impianto italiano che non teme concorrenza è dunque di alto valore tecnologico, è studiato per soddisfare le esigenze del cliente, è seguito da un servizio di assistenza post vendita nella lingua del cliente. Un mix di qualità e servizio poco percorribile dalla produzione di massa.
Simile il caso della moda. Se nell’abbigliamento o nella pelletteria che punta al “prezzo” la produzione è già da tempo fuori confine, l’alto di gamma mantiene il suo mercato. Un marchio forte, infatti, alimenta la sua forza dal valore artigianale di ciò che produce e dalla capacità di offrire prodotti che seguono in tempo reale le tendenze.
Non a caso, infatti, tra le eccellenze del Paese si trovano produzioni di calzature e borse (centro Italia), occhiali da sole (Nord-est), tessuti (Nord-ovest).
Nel quadro complessivo dunque, l’Italia non solo conta le prime due macro-aree per addetti, ma registra, nella segmentazione per settori, ben nove prime posizioni, mentre la Germania ne conta sette, la Francia, il Regno Unito e l’Irlanda solo una.
a cura di
Rosalba Reggio
Fonte: Il Sole 24 Ore.com
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